L’Italia si prepara alla battaglia del Quirinale | Internazionale

I palazzi di Roma, secoli passati, parlano ancora dell’identità dei loro inquilini. Il Quirinale fu costruito nel XVI secolo come seconda residenza papale. Con la caduta dello Stato Pontificio e l’Unità d’Italia divenne sede della monarchia e, dopo il referendum costituzionale, divenne sede della Presidenza della Repubblica. Ma i modi, il silenzio e il modo in cui vengono prese le grandi decisioni ci ricordano ancora l’idiosincrasia vaticana. I prossimi tre mesi espongono ancora una volta il rito politico più appassionato d’Italia. La madre di tutte le battaglie istituzionali che deve trovare un successore per Sergio Mattarella (80 anni) alla guida della Presidenza della Repubblica. Il pizzo è molto complicato. I nomi vanno dal presidente del Consiglio, Mario Draghi, a Silvio Berlusconi, che già sogna ad alta voce di chiudere la carriera alla guida dello Stato. Ma nessuno dei due risolve completamente il problema: portare a termine le riforme del Paese.

L’Italia è già nel semestre bianco, il semestre in cui non è consentito sciogliere le Camere e tutto ha una password presidenziale. La partita del Quirinale è aperta e segnerà tutta la politica italiana: nel breve e nel lungo periodo. Il nome del candidato, specie se scelto Draghi, determinerà la linea politica dei prossimi sette anni e la scadenza dell’attuale legislatura. Il problema è che l’ascesa dell’attuale presidente del Consiglio al Quirinale costringerebbe o a trovargli un sostituto per finire il quinto anno di legislatura nel suo momento più turbolento oppure a convincere Mattarella ad accettare un altro mandato. Altrimenti si dovrebbero indire elezioni anticipate, operazione che in questo momento non conviene a quasi nessuno e che metterebbe a rischio le riforme che il Paese sta attuando per garantire il buon andamento degli investimenti con fondi europei. Le piscine sono aperte. Ma la messa in scena della decisione, che avverrà tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, sarà comunque spettacolare.

I membri delle due Camere si riuniscono a Montecitorio (Camera dei Deputati) nei giorni di votazione. Sono 950 i parlamentari a cui si aggiungono i senatori a vita. Tutto secondo regole che consentono l’allungamento all’infinito voti per raggiungere un accordo e in cui il quorum necessario diminuisce man mano che l’elezione del candidato procede senza successo. Nei primi tre ne occorrono i due terzi: cioè 673 parlamentari su 1008. Dal quarto servire solo la metà più uno. Solo quando iniziano a comparire i candidati da prendere in considerazione.

Il nome del prescelto di solito non suona nei primi scrutini. Francesco Cossiga, ministro dell’Interno durante il sequestro di Aldo Moro e presidente del Consiglio dal 1979 al 1980, è uno dei due casi che contraddicono questa regola non scritta (752 voti su 977 votanti). L’altro è Carlo Azeglio Ciampi (1999-2006), il modello che oggi viene invocato per promuovere Draghi: è stato banchiere ed è stato Presidente del Consiglio e Presidente senza quasi soluzione di continuità. Gli altri, come Mattarella, Napolitano o Scalfaro (16° voto), si sono cagliati dopo tanti tentativi. Questa circostanza fa sì che i partiti prendano i primi voti come una partita a poker e propongano nomi stravaganti che vanno da presentatori televisivi o attivisti come il medico e fondatore dell’Ong Emergenza Gino Strada che finiranno scartati: i cosiddetti candidati bandiera.

Stefano Ceccanti, deputato del Pd e costituzionalista, ritiene che “questa volta è completamente diverso”. “Normalmente c’era una maggioranza di governo che poteva scegliere da sola. Ma se avete una maggioranza così eterogenea come adesso, dovete votare insieme per evitare problemi nell’Esecutivo. In caso contrario, i partiti esclusi potrebbero decidere di ritirare i propri ministri. Ecco perché adesso sarebbe importante farlo nei primi tre scrutini”.

Draghi, quasi tutti sono d’accordo, è il nome con maggior peso e prestigio per il Quirinale. Ma la sua nomina preoccupa molti parlamentari, che temono che la sua elezione li costringa a indire elezioni anticipate e perdere il seggio. “Nessuno lo dirà chiaramente. Ma quella variabile pesa enormemente sulla decisione», dice un deputato del Movimento 5 Stelle, in procinto di esaurire i due termini che le regole del suo partito non consentono di superare.

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Allarma anche l’Unione Europea, dove si prevede di completare le riforme e di schermare i progetti in cui saranno investiti i 200.000 milioni di euro del piano di risanamento assegnato all’Italia. Se Draghi fosse scelto per il Quirinale e si potessero evitare le elezioni, bisognerebbe trovare un tecnico che porti il ​​Paese alle urne. Il problema, ritengono tutte le fonti consultate, è che l’anno che resta sarà turbolento, i partiti attiveranno il confronto elettorale – è probabile che Matteo Salvini decida di lasciare l’Esecutivo per segnare il proprio profilo – e si teme che uno come l’attuale ministro dell’Economia Daniele Franco, potrei non essere in grado di affrontarlo.

L’unica opzione che permetterebbe a Draghi di finire il suo incarico di presidente del Consiglio e mantenere le opzioni per il Quirinale è convincere Mattarella a prolungare il suo mandato. Era già successo con Giorgio Napolitano, ma l’attuale presidente non vede di buon occhio stravolgere la Costituzione per un’idea che già a suo tempo si proponeva di vietare per legge. Non pensa che siano consigliabili altri sette anni, dice chi lo conosce. È condannato. Per età e per salute democratica. Ma anche lui non vede di buon occhio l’estensione provvisoria del suo mandato fino alle prossime elezioni, diventando una fissazione, spiega una persona che parla con lui. Se la durata del governo di un presidente della Repubblica è di sette anni, è proprio perché non coincida con i cicli del Parlamento.

Il gioco è estremamente complicato. Non ci sono nomi all’altezza di Draghi per sostituire Mattarella, cruciale negli ultimi quattro anni contenendo la burrasca populista che ha colpito l’Italia. Ma, soprattutto, nessuno è d’accordo con tutte le parti. Sul tavolo c’è il ministro della Giustizia, Marta Cartabia: lei sarebbe la prima donna. Ma i suoi principali sostenitori, il Movimento 5 Stelle, ora lo bocciano dopo la riforma della giustizia che non è piaciuta. O l’attuale capo dell’Economia della Commissione europea, Paolo Gentiloni. L’ultimo tentativo si potrebbe fare proponendo un passaggio di due anni con Giuliano Amato, che stava per ricoprire quel ruolo sette anni fa prima che Renzi lo mettesse al tappeto. Era il favorito di Silvio Berlusconi, che adesso, a 85 anni, vorrebbe occupare lui stesso quella posizione. I suoi compagni di coalizione (La Lega e Fratelli d’Italia) gli permettono di continuare a sognare sussurrandogli fedeltà. Nessuno in Italia, però, pensa di potercela fare. A partire da gennaio anche lui farà parte del rituale.

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Adriana Zampa

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